Le mura che parlano
Appena varcò la soglia, si bloccò di colpo. Le pareti del soggiorno erano completamente ricoperte di disegni. Decine. Forse centinaia. Disegni goffi a pastello, forme infantili attaccate con del nastro adesivo bianco.
Ogni disegno contiene tre sagome: un uomo alto, un bambino, una donna con i capelli lunghi. E sopra di loro, sempre la stessa parola, scritta con lettere tremolanti: “Madre” .
Li osserva uno per uno. In alcuni, il bambino tiene la mano della donna. In altri, tutti e tre sono davanti a una casa, sotto un sole giallo brillante. In ogni disegno, c’è lei.
Le stelle che hanno detto tutto
Suo marito le stava dietro. Era esausto, con le spalle curve e gli occhi infossati. In silenzio, la condusse nella stanza sul retro. Una stanza trasformata in un ambulatorio, piena di macchinari e tubi. E lì, nel letto, c’era il bambino, molto più pallido, molto più fragile.
ul comodino, un barattolo pieno di minuscole stelle di carta, piegate a mano.
“Ne fa una ogni volta che il dolore diventa insopportabile”, mormorò il marito. “Crede che se riuscisse a farne mille, tu diresti di sì.”
Quelle parole la trafissero completamente.
“Sapevo che saresti tornato.”
La bambina apre gli occhi. Riconoscendola, un fragile sorriso le illumina il viso stanco.
— Sapevo che saresti tornato. Tu torni sempre.
Si avvicina dolcemente e gli prende la manina nella sua.
— Ora sono qui. Non me ne vado più.
Poi si rivolge al marito:
— Siamo ancora entro i termini previsti?
— Sì, ma dobbiamo agire in fretta.
Lei stringe le dita del bambino.
— Allora chiama i medici. Io lo faccio.
La generosità non si misura dal sangue versato, ma dalla decisione che si prende quando conta davvero.
